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Bookcafè: Caffè, libri e SangioveseItalians do it better

28 Gennaio 2011
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Noi italiani abbiamo spesso una strana fissazione: che all'estero le cose le facciano bene, meglio di noi, che siano più "cool", più di tendenza, anche se gli ingredienti di base, a ben pensarci, sono tutti di casa nostra.
Se poi il nome è qualcosa che suona inglese/americano/francese, è la fine, sicuramente quel posto è una "chiccheria" supertrendy e noi sogniamo costantemente di passarci i nostri pomeriggi o fine settimana.

Tre ragazze romagnole doc, Federica, Erika e Rita, hanno deciso che non c'era bisogno di chiamarsi Starbucks, e neanche Cafè Montparnase, e non c'era bisogno nemmeno di essere situati in una metropoli internazionale, come New York o Parigi, per poter dare ai propri clienti quel tocco che noi tutti andiamo cercando nei tanto rinomati book-cafè all'estero.

Questa posto si è concretizzato in una piccola città, Faenza, e ha un nome che di straniero non ha proprio nulla, anzi: Nove100 (sottotitolo: Caffè, Libri e Sangiovese). Un riferimento preciso a un periodo storico dove i cafè sono diventati il fulcro di ciò che oggi abbiamo un po' perso, e cioè il luogo dove le idee e i movimenti prendevano vita.

Cosa c'è dentro questo "contenitore"? C'è l'idea, in primis, che le cose (da mangiare) devono essere buone, e per essere tali non devono far troppo "strada" (anche in termini di impatto ambientale) quindi vanno benissimo le produzioni "di casa nostra". La stessa cosa vale per le bevande: birre artigianali, vini del territorio. Il caffè deve essere un posto dove fare una pausa, mentale, fisica, deve rigenerare la mente, perciò l'ambiente deve essere accogliente, anzi, deve essere un po' una seconda casa. Quindi l'arredo stesso sono tutti pezzi che "furono" arredi di altre case.

Poi arriva il pezzo forte: vai, ordini, ti fermi e leggi quello che c'è a disposizione. E qui scatta il bello: testate di quotidiani come se piovessero (alla faccia di chi dice che non si stimola la lettura dei giornali in Italia), libri ovunque, con pratica diffusa di book crossing: lascio un libro che ho letto, e ne prendo gratuitamente un altro che trovo a disposizione. Oppure puoi sempre gironzolare intorno, guardando qualche artista emergente che espone temporaneamente le sue opere.

Infine, le serate piene di eventi culturali e di artigiani: dalle signore che qui si incontrano spontaneamente e insegnano alle più giovani l'arte dell'uncinetto, agli scrittori che si fermano a raccontare i propri libri, passando da questa città "dove c'è sempre puzza di ceramica" (beata ignoranza! si associa alla produzione delle ceramiche la puzza che si sente passando in autostrada, ma NON è così! Quell'odoraccio maledetto viene da una distilleria, sappiatelo).

Cosa c'è di straordinario in questo “caffè”? Ci sono 3 ragazze che si sono rimesse in discussione, che hanno lasciato i loro lavori (chi ce lo aveva) e si sono impuntate: se c'è la volontà, ma non l'esperienza, si può ottenere comunque la qualità. Se ci sono le idee, e i cervelli sanno stare in movimento, allora si può far vivere una città, di quelle un po' benestanti, dove spesso ci si culla nella propria provincialità e si pensa che il mondo è fuori dalle mura medievali, e là è meglio lasciarlo. Insomma, se ci si crede davvero, dalle proprie mani non può venirne fuori che qualcosa di buono.

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