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Un cuore napoletanoHeddi Goodrich

21 Febbraio 2011
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Era solo un caffè a casa sua. Niente di fuori dal normale. A Napoli il caffè si sorseggiava tutto il giorno. E poi io lo avevo incontrato solo due volte. La prima volta era stata a una festa. Bruno, un nome pesante e antico come un sasso. Non afferrai il nome lungo del suo paese collinare nell’Avellinese. Chissà come sapeva che neppure io ero di Napoli, un fatto che io stessa spesso dimenticavo. Con la camicia ben infilata nei pantaloni, Bruno non assomigliava per niente ai miei compagni dell’Orientale. Lo osservai allo stesso modo in cui vedevo l’amore, come un enigma linguistico. Mi regalò una cassetta mista prima di avviarsi verso casa.

Ma dove era poi casa sua? Che vergogna perdermi nel mio quartiere di adozione, i Quartieri Spagnoli. Per mascherare il mio disorientamento, non alzavo lo sguardo dai basoli scivolosi ma sfregiati che mi ricordavano sempre delle grosse caramelle succhiate. Proprio come voleva quella simmetria reticolare dei vicoli, l’antica caserma spagnola era riuscita a confondermi. Voltai a sinistra, trovando rifugio sotto un balcone. Feci un respiro profondo, un misto familiare di smog e di polipo fresco, e spiegai ancora una volta il pezzetto di carta. Via De Deo, 33. Franceschi. Bruno Franceschi.

La seconda volta che lo incontrai, lo scirocco era già arrivato in città. Spingendosi fitto e sordo giù per gli stretti condotti dei Quartieri, avvolgeva tutto e tutti in un caldo abbraccio senza affetto. Mentre cenavamo all’aperto sulla terrazza di alcuni amici, Bruno era seduto di fronte, separato da me solo da un bicchiere di vino. Seppi che studiava geologia. Qualcuno gli domandò del Vesuvio, e lui rispose che era uno dei vulcani più imprevedibili del pianeta. Anche il vento per un attimo si arrestò mentre tutti guardavamo al di là della baia verso quell’ombra cinese sullo sfondo di un cielo notturno stranamente elettrificato, come se solo in quel momento ci fossimo resi conto della bellezza e della potenza del vulcano.

Mi voltai verso Bruno e fui colpita dalla stessa epifania. Tirò fuori una Marlboro. "Sono Light", mi disse come per scusarsi. Poi il vento sahariano aprì la sua camicia, mandandomi il profumo silvestre della sua colonia. Subito distolsi lo sguardo, come colta in un atto di trasgressione, anche se era stata l’anarchia dello scirocco a farlo. "Uè, stuzzicadenti!" sbraitò una ragazzina in mezzo alla strada, risvegliandomi dai pensieri. Che noia dare sempre così nell’occhio quando il mio cuore era chiaramente napoletano. E poi il subbuglio dello scirocco tendeva a livellare tutte quelle banali differenze. Dal rifugio del balcone, scorsi la placca stradale: Via De Deo. Potevo sempre contare su Napoli, alla fine.

Mentre salivo il ripido vicolo sotto una ragnatela di panni stesi, ero accompagnata dal ronzio di Vespe e da donne che trascinavano buste della spesa e bambini svogliati. Venticinque. Ventinove. Il cuore mi martellava nel petto. Sotto al cancello al numero trentatre, mi fermai, fissando il pulsante col cognome Franceschi. Era solo un caffè, ma mi sembrava di stare sull’orlo di un abisso. Lo scirocco solcava le sue dita carnose tra i miei capelli mentre lentamente pascolava l’estate su dall’Africa. In quella promessa di calore c’era una sete che non aveva nome, una vaga consapevolezza di suprema impotenza a cui non potevo - o non volevo - resistere. Suonai il citofono. "Ultimo piano" arrivò una voce profonda. Il cancello si aprì e varcai la soglia.

Di origini americane, ho superato l’adolescenza e l’università a Napoli prima di trovare il mio Eden nella Nuova Zelanda. Sposata con un figlio, scrivo delle mie esperienze napoletane. http://heddigoodrich.blogspot.com

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