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GiocoforzaCiclofrenia

09 Gennaio 2012
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Me la ricordo benissimo, quella bambina. Me la ricordo eccome.

Era sul marciapiede, e mi guardava camminare sul ciglio della strada. Io non sapevo dove andare. Io ero solo. Io ero perso. Io ero un Italiano a Dàtóng, venuto per statue di pietra e templi sospesi. E cercavo un albergo. Ed è nei momenti in cui hai lo zaino in spalla e sei l’unico con la barba, che capisci fino a che livello si possa spingere la solitudine umana. Io ero solo. Io ero perso. E giravo di albergo in albergo. Ed è in questo cocktail di desolanti solitudini, che ho visto lei. Era una bambina fatta con lo stampino, come tutte le cinesi. I capelli a caschetto lisci, la faccia tonda e gonfia, gli occhi dritti nel niente che quando passavo mi si stampavano addosso. Perché in Cina ti guardano tutti, sempre.

Lei volgeva lo sguardo verso di me, ogni volta che passavo. Era in piedi. Seduta dietro di lei c’era sua nonna, che chiacchierava con due o tre comari. Chissà che palle quadrate, si faceva quella bambina. Me ne accorgevo quando la nonna la faceva giocare. Giocare, poi: un giocare che era prenderle le mani da dietro e farla applaudire a tempo per qualche secondo mentre le cantava una canzoncina. E la bambina non faceva niente: non partecipava. Non cantava, non si divertiva. Lei guardava: guardava me e basta. Sembrava che quel piccolo, breve passatempo che la nonna le concedeva tra una chiacchierata e l’altra non la toccasse proprio.

Quella bambina era una bambina che non guardava una televisione che trasmetteva lei mentre la nonna le faceva battere le mani. Io ricordo l’ingresso di casa. Il tappeto. La foglia in vetro dove poggiavamo le chiavi. Ricordo che io avevo la stessa età di quella bambina, e ricordo che succedeva ogni giorno verso l’ora di pranzo. Io ero già tornato da scuola, e aspettavo che mia madre rientrasse dal lavoro. Lei citofonava sempre, anche se aveva le chiavi. Perché le mamme citofonano sempre. Perché credono che tu, come loro, abbia quell’inspiegabile e inspiegato bisogno di sapere che l’altro c’è. Finiva che aprivo la porta appena prima che entrasse, e lei aveva le chiavi ancora in mano, che le stava per infilare nella toppa. Io, due saltelli, un sorriso e dicevo: “M’hai portato un regalino?”
Ed era matematico. Una legge naturale, oserei dire. Se diceva “sì” l’abbracciavo e urlavo di gioia. Se diceva “no” mi incazzavo. Mi incazzavo di brutto, piangevo, rompevo le palle, mettevo il muso, finché mio padre non mi diceva oh, falla finita, non è che ti possiamo portare qualcosa tutti i giorni.

Perché alla fine era quello, il cuore di tutto: una cosa diversa ogni giorno. Io volevo un regalo diverso ogni giorno. Che fosse un ovetto Kinder, una maglietta, un pezzo di pizza, avevo la necessità di qualcosa di materiale che abbandonasse le mani di mia madre per lanciarsi nelle mie.

Ricordo bene, ricordo bene ogni momento, e quando vidi quella bambina ci ripensai. Ci ripensai quando vidi il suo gioco corporeo e sempre uguale. Ricorrente. Che arrivava puntuale, ogni volta che la nonna realizzava: aspetta, forse si sta annoiando.

Una trentina di volte al giorno. Io volevo l’ovetto Kinder, lei batteva le mani ogni dieci minuti. Due tipi diversi di regali. Dipendenti unicamente dal fatto che io sono stato estratto per nascere a Roma, e lei a Dàtóng, il buco del culo del mondo. Io la guardavo e pensavo che sì. Che forse, se avessi dovuto giocoforza battere le mani trenta volte al giorno con mia nonna, se fosse davvero stato quello il mio unico passatempo... Beh;, forse ora sarei una persona migliore.

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